Il “chilometro zero”. Una scelta di vita sostenibile

Il “chilometro zero”. Una scelta di vita sostenibile


Nel XIX secolo il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach affermava che “L’uomo è ciò che mangia”. Questa celebre frase, diventata tema ufficiale di Expo Milano 2015 per la campagna “Nutrire il Pianeta. Energia per la Vita”, è anche il titolo dell’omonima opera che Feuerbach  pubblicò nel 1862 “Il mistero del sacrificio” o “l'uomo è ciò che mangia”.
Il filosofo tedesco porta avanti la concezione di un materialismo radicale e anti-idealistico, il cui assunto principale diventa la coincidenza tra l’individuo e ciò di cui egli si nutre. Ma non solo. Alimentare il corpo significa nutrire la mente, e da convinto sostenitore dell’anti-dualismo corporale e spirituale, Feuerbach vede nel cibo l’unità di congiunzione tra anima e corpo. Ne consegue che per pensare meglio l’uomo deve alimentarsi meglio. «La fame e la sete abbattono non solo il vigore fisico ma anche quello spirituale e morale dell’uomo, lo privano della sua umanità, della sua intelligenza e della conoscenza». L’idea è chiara: per migliorare le condizioni spirituali di un popolo, occorre anzitutto migliorarne le condizioni materiali in termini di qualità della vita. Sebbene la sua fosse una visione filosofica più che scientifica, l’educazione alimentare e le regole di una dieta corretta e misurata oggi stanno sempre più penetrando nel comune tessuto sociale. Nel Padiglione Zero a Expo Milano 2015 viene raccontata la storia dell’uomo sulla Terra attraverso il suo rapporto con la natura e con il cibo: il visitatore è immerso in un percorso nelle trasformazioni del paesaggio naturale, nella cultura e nei rituali del consumo nella storia.

Punto focale di questa filosofia del mangiar sano è quindi la qualità degli alimenti, che influenzano le scelte alimentari con enormi vantaggi per la salute, l’ambiente, il lavoro, la cultura e la biodiversità di ogni territorio.

Di recente, il fenomeno del “chilometro zero” in Italia ha iniziato a rappresentare un trend positivo nella crescita economica delle regioni, diventando sinonimo di qualità soprattutto nel comparto ricettivo e della ristorazione. Sono sempre di più le aziende agricole che forniscono i prodotti ai ristoratori o le realtà commerciali che hanno fatto del chilometro zero il loro marchio di qualità in un mercato sempre più variegato e agguerrito in termini di concorrenza. Oltre che una scelta commerciale, quindi, il chilometro zero rappresenta una scelta di vita improntata verso i principi della sostenibilità.

Ma cosa si intende per “chilometro zero”?

Si chiama "progetto chilometro zero" l’operazione lanciata dalla Coldiretti Veneto con lo scopo di incentivare i gestori di pubbliche mense, chef e grande distribuzione a proporre ai consumatori preferibilmente prodotti stagionali del territorio.  La Regione Veneto ha concretizzato questa campagna di sensibilizzazione attraverso una legge regionale, la n. 7 del 25 luglio 2008, la prima a livello nazionale nel suo genere. Le finalità di tale legge, espressamente dichiarate nell’articolo 1, sono quelle di incentivare l’utilizzo di prodotti locali nelle attività ristorative affidate ad enti pubblici, incrementando in tale maniera la vendita diretta da parte degli imprenditori agricoli. A partire da questo momento l’attenzione verso i produttori locali ha cominciato ad incrementare lo sviluppo di un commercio attento e responsabile, nel quale i prodotti vengono acquistati nei mercati agricoli e distribuiti sul territorio di molte regioni italiane, soprattutto al nord, dove le tipicità locali vengono vendute senza intermediazioni, imballaggi e nessun costo di conservazione. Simbolo di questa nuova attenzione verso tutto ciò che è locale è, ad esempio, il successo ottenuto dai distributori automatici di latte crudo, sempre più diffusi perché favoriscono l’acquisto consapevole e la sicurezza del prodotto rintracciabile.

In sostanza, dunque, il “chilometro zero” è un sistema economico nel quale i prodotti vengono commercializzati e venduti nella stessa zona di produzione. Si tratta quindi di una politica economica che predilige l’alimento locale garantito dal produttore nella sua genuinità, in contrapposizione all'alimento globale spesso di origine non adeguatamente certificata, che permette di abbattere o ridurre in misura significativa i costi di trasporto del prodotto, attraverso la creazione di una filiera corta, con enormi vantaggi in termini di riduzione dell’impatto ambientale. In altre parole il chilometro zero indica un prodotto che, per arrivare dal luogo di produzione a quello di vendita e consumo, ha percorso il minor numero di chilometri possibile. Secondo questa filosofia risulta vantaggioso consumare prodotti locali, in quanto accorciare le distanze significa aiutare l’ambiente, promuovere il patrimonio agroalimentare regionale e abbattere i prezzi, oltre a garantire un prodotto fresco, sano e stagionale. S’interrompe così quella catena che è nata con la grande distribuzione, che lavora con i grandi numeri, a scapito della riscoperta del rapporto consumatore-produttore.

Ma non solo. L'idea di prodotti "a chilometro zero", essendo sensibile alla riduzione delle energie impiegate nella produzione, oltre a diminuire il tasso di anidride carbonica nell’aria porta ad un uso consapevole del territorio, facendo riscoprire al consumatore la propria identità territoriale attraverso i piatti della tradizione. Inevitabili le connessioni che questa politica ha con il turismo enogastronomico, soprattutto in un Paese ricco di biodiversità come l’Italia, che negli ultimi anni sta riscoprendo l’importanza dei prodotti locali e delle specificità enogastronomiche stagionali. 

Perchè, quindi, preferire il "chilometro zero"?

Vi sono varie ragioni per preferire i prodotti a filiera corta. Eccone alcune:

  1. ambientale: la riduzione del CO2 prodotta grazie all’abbattimento dei trasporti (prevalentemente su gomma), il risparmio in acqua ed energia dei processi di lavaggio e confezionamento e l’eliminazione degli imballaggi di plastica e cartone rendono questi prodotti realmente ecosostenibili;
  2. nutrizionale: sono prodotti di stagione e del territorio e stante il breve trasporto e stoccaggio mantengono intatte tutte le caratteristiche organolettiche e i principi nutritivi (per esempio, le vitamine);
  3. di sicurezza alimentare: nella filiera lunga sono molti i prodotti che vengono importati da paesi lontani con normative meno rigorose di quelle italiane in termini di controlli igienico-sanitari con conseguente maggiore rischio per la salute.
  4. economica: l’eliminazione delle intermediazioni e dei trasporti abbatte il costo al consumatore in misura del 30%;
  5. di controllo sul prodotto: grazie al rapporto diretto con il produttore agricolo è possibile attuare un acquisto più consapevole e trasparente.

Verso una legislazione attenta e consapevole

Sebbene vi siano numerosi aspetti a beneficio della scelta della filiera corta, in effetti, l’applicabilità di questa modalità d’acquisto prevede un grande impegno del legislatore e delle realtà locali nell’ambito di un progetto strutturato. Questo in altri Paesi europei, come la Gran Bretagna e la Germania, sta già avvenendo, mentre in Italia vi sono grandi differenze regionali in termini attuativi. La vendita diretta dei prodotti agricoli è stata, negli ultimi anni, oggetto di alcuni importanti interventi legislativi che hanno modificato il rapporto tra produttore e consumatore. Ecco alcuni esempi:

La “legge di orientamento e modernizzazione del settore agricolo” (d. lgs n. 228 del 5 marzo 2001)

Il successo che sta riscuotendo il rinnovato modello di vendita diretta dei prodotti agricoli esprime in modo compiuto il diverso atteggiamento assunto dall’imprenditore agricolo verso il mercato e le opportunità che esso presenta e conferma il crescente interesse del cittadino consumatore che trova nel rapporto diretto con la produzione la condizione ideale per garantirsi prodotti agricoli che abbiano un diretto legame con il territorio di produzione. Il punto d’incontro fra domanda e offerta, depurato da una serie di passaggi intermedi, consente all’imprenditore una più adeguata remunerazione del proprio lavoro e al consumatore l’acquisto di prodotti agricoli garantiti a prezzi più accessibili. L’impulso per questa nuova tipologia di vendita è stato dato dal decreto legislativo n. 228 del 18 maggio 2001, meglio conosciuto come “legge di orientamento e modernizzazione del settore agricolo”; la disciplina dettata da questa legge contiene profonde innovazioni rispetto alla precedente normativa ed in particolare per la prima volta si considera espressamente “attività agricola” la fornitura di servizi finalizzati alla valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale da parte dell’azienda agricola e se ne riconosce pienamente la multifunzionalità. Tra le nuove disposizioni introdotte dal d. lgs n. 228/2001 in vigore dal 30/06/2001, si segnala la nuova formulazione dell’art. 2135 C.C. che ridefinisce la nozione di imprenditore agricolo, modificando in particolare l’individuazione delle attività connesse: “attività dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione che abbiano ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall’allevamento di animali, nonché le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalentemente di attrezzature o risorse dell’azienda normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata, ivi comprese le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione ed ospitalità come definite dalla legge”. Un’importante novità è rappresentata, inoltre, dalla semplificazione degli adempimenti richiesti per l’esercizio della vendita diretta al dettaglio di prodotti agricoli e zootecnici provenienti in misura prevalente dalla propria azienda, la cui disciplina è desumibile dall’articolo 4 del citato decreto. La filiera corta (dal produttore al consumatore) sempre più rappresenta la formula commerciale privilegiata dagli imprenditori agricoli, in ragione degli indubbi vantaggi economici che ne derivano in particolare nel caso in cui si tratti di realtà produttive di piccole e medie dimensioni.

Le norme CE sulla sicurezza alimentare

I modelli europei ed italiani di sicurezza alimentare sono regolati da una legislazione generale: il regolamento CE n. 178/2002 che stabilisce i requisiti generali della legislazione alimentare fissando le procedure nel campo della sicurezza. I recenti regolamenti comunitari costituenti il cosiddetto pacchetto igiene approfondiscono e precisano le tematiche della sicurezza alimentare e le modalità di applicazione del sistema HACCP (Hazard Analysis and Critical Control Points, Analisi dei rischi e controllo dei punti critici). Risultano quindi superate le normative comunitarie in materia di autocontrollo, basate sulla direttiva 93/43/CEE, abrogata dal regolamento (CE) 852/2004. Inoltre, l'applicazione del pacchetto igiene comporta l'abrogazione totale o parziale di numerose normative specifiche per diversi settori produttivi.

Il 12 gennaio 2000 la Commissione Europea presenta il Libro bianco della Commissione europea sulla sicurezza alimentare, proponendo di dare una priorità strategica fondamentale ispirata all’esigenza di garantire un elevato livello di sicurezza alimentare. La strategia è incentrata su cinque elementi chiave:

  • la costituzione di un’autorità alimentare indipendente;
  • l’istituzione di un nuovo quadro giuridico, a livello comunitario, che coprirà l’intera catena alimentare, compresa la produzione di mangimi per animali;
  • l’elaborazione di un quadro comunitario per lo sviluppo e la gestione di sistemi di controllo nazionale;
  • l’incoraggiamento del coinvolgimento dei consumatori nella nuova politica di sicurezza alimentare favorendo il dialogo e l’informazione, con attenzione alle preoccupazioni in tema di sicurezza alimentare ma anche sull’importanza di una dieta equilibrata e sulle ripercussioni a livello sanitario;
  • promuovere gli sviluppi europei in materia di sicurezza alimentare nei contesti internazionali, attraverso i partner commerciali e le organizzazioni internazionali (Codex Alimentaius, Comitato SPS).

 

 

 

 

 

 

Fonti

http://www.expo2015.org/it

D. lgs n. 228/2001, art. 1, comma 1.

L. Paoloni, “Sicurezza alimentare e modelli organizzativi dell’impresa agricola nello scenario della globalizzazione”, articolo pubblicato su Economia e Diritto Agroalimentare, n. 2, 2007


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