Tra sacro e profano. Le feste popolari per celebrare il culto dei morti

Tra sacro e profano. Le feste popolari per celebrare il culto dei morti

“Is Animeddas”, “Is Panixeddas”, “Su ‘ene ‘e sas ànimas”, “Su Mortu Mortu” “Su Prugadòriu”


Ancor prima che il Cristianesimo attribuisse al 1 Novembre la festa di Ognissanti (termine che corrisponde alla stessa parola “Halloween”, ossia “All Hallows Even”), in Sardegna esistevano antichi rituali atti a commemorare le anime dei defunti. Sono innumerevoli le leggende che narrano come, in occasione della notte dedicata a tutti i defunti, le anime dei trapassati abbiano libera circolazione fra i vivi. Tali credenze popolari hanno dato origine nei secoli a tutta una serie di riti che coinvolgono prevalentemente i bambini che percorrono mascherati le stradine dei paesi della Sardegna con i volti macchiati dal nero del carbone, una veste bianca simile ad un lenzuolo, ed un sacco in spalla simile ad una federa reclamando per le case dolciumi e frutta secca al suono della litania "seus benius po is animeddas, mi das fait po praxeri is animeddas?".

Diversamente da come è accaduto in molti altri centri italiani ed europei dove l’usanza di celebrare i defunti è stata importata direttamente dalla tradizione anglosassone, l’origine di questa tradizione in Sardegna si perde nella storia millenaria di una terra antica. Pare che i nostri avi celebrassero già questa ricorrenza ancor prima di venire in contatto con la corrispondente versione celtica e anglosassone di Halloween. Sebbene tra le due  festività si registrino varie somiglianze, è molto probabile che le due tradizioni si siano sviluppate in maniera del tutto indipendente. A differenza di quanto accade per Halloween, infatti, la “Festa delle Anime” che si celebra in Sardegna, e che assume denominazioni e connotazioni diverse in varie parti dell’isola, è strettamente legata ai riti religiosi.

“Is Animeddas”, “Is Panixeddas”, “Su ‘ene ‘e sas ànimas”, “Su Mortu Mortu” “Su Prugadòriu”, comunque la si chiami, è un evento a cui la cultura popolare sarda è molto legata. Mentre oggi le piccole anime reclamano caramelle, cioccolatini e lecca-lecca, una volta ricevevano i dolci tipici del periodo autunnale: “ossus de mortu”, “pabassinas”, “pani ‘e sapa”, etc, a cui venivano aggiunti poi altri doni come castagne, melagrane e la frutta secca. Ma non è solo il “dolcetto o scherzetto” ad accomunare la festa anglosassone a quella sarda. Un altro elemento ricorrente è la zucca intagliata utilizzata per schernire e spaventare i più piccoli e che, se nei paesi anglosassoni viene chiamata Jack O’Lantern, in Sardegna è conosciuta come “sa conca ‘e mortu”. E se i bambini vagano alla ricerca di dolci, gli adulti ricordano i loro morti con una cena frugale, raccogliendosi poi intorno al camino per raccontare fatti del passato o leggende della zona. È tutt’oggi usanza diffusa in molte parti dell’isola lasciare apparecchiata la tavola tutta la notte in modo che i defunti possano fare ritorno presso i luoghi cari fino al sorgere del sole e cibarsi di queste pietanze. La cena è molto semplice, costituita da pasta, pane, acqua e un bicchiere di vino. Ad eccezione dei piatti e dei bicchieri, nessuna altra stoviglia deve stare a tavola. Secondo la credenza popolare, infatti, né forchette e né coltelli dovevano accompagnare il corredo per il pasto dei defunti, per la paura che le anime dei morti potessero usarle come armi per far del male ai propri cari, qualora avessero trovato un motivo per aizzarsi contro i propri cari. 

Un’altra antica usanza legata al culto dei morti in Sardegna è il rito de “Is Fraccheras”, anch’esso praticato in alcune parti dell’isola ancora oggi. “Is Fraccheras” sono lunghe fascine di asfodelo (pianta già cara agli antichi greci e che si credeva popolasse il Regno dei morti) che gli uomini più forti sono soliti portare sulle spalle correndo per le strade del paese, spargendo così le ceneri e cercando di non far spegnere le fascine. Ciò si ricollega probabilmente alla funzione protettiva e purificatrice delle ceneri e questa sorta di prova di coraggio era ritenuta propiziatoria della buona sorte. Oggi in gran parte si è perso il significato arcaico della ricorrenza del 1 Novembre come festa gioiosa e celebratrice dell’inizio dell’inverno dopo le fatiche agricole degli ultimi raccolti. La rappresentazione del senso cupo e macabro dell’oscurità della stagione invernale e la paura della morte sono gli elementi di questa festa che prevalgono nell’immaginario collettivo odierno, a prescindere dal consumismo sfrenato che ha preso piede in epoca moderna. La metafora del buio dell’aldilà ha acquistato nel tempo un ruolo preminente e la morte viene esorcizzata con  scherzi e tutti quei travestimenti che riproducono i più svariati demoni, mostri e defunti. Da sempre il culto dei morti ha rappresentato una caratteristica comune alla maggior parte delle civiltà e il rapporto con gli antenati è sempre stato ritenuto un vincolo sacro da cui non si potesse prescindere per una corretta fruizione del presente e la programmazione del futuro. In Sardegna fortunatamente rimangono ancora i piccoli centri a mantenere viva la memoria di questi affascinanti gesti e caratteristici rituali senza tempo che salutano l’inizio del periodo di riposo della Natura in attesa del suo nuovo risveglio e delle  fatiche dell’anno che verrà.


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